MEDITAZIONE MUSICALE CREATIVA

Ad Avignone con Battiato e un mangiafuoco

domenica 23 marzo 2025 Venezia

Terra Di Benedetto racconta i suoi anni ’70 liberi e sperimentali: l’Albergo Intergalattico Spaziale con Mino Di Martino e il progetto Telaio Magnetico con l’artista siciliano. «Franco era un nettuniano portato al cambiamento continuo».

Nella ribollente ed eterogenea scena musicale italiana degli anni ’70, l’Albergo Intergalattico Spaziale rappresenta un’esperienza peculiare. Il gruppo prende vita nel 1974 attorno all’omonimo locale in via Garibaldi 56, nel cuore di Trastevere, gestito dalla cantante, danzatrice e performer Edda “Terra” Di Benedetto insieme all’ex dei Giganti Mino Di Martino. Il luogo era un crocevia di sperimentazione creativa frequentato da gente come Franco Battiato, Claudio Rocchi e da una variegata élite di artisti, registi underground, maestri yoga, pittori surrealisti e compositori minimalisti.

«Era un momento di vibrazioni altissime, ma anche caotiche», dice oggi Terra, «un periodo intenso, vissuto profondamente. La gente partecipava con un coinvolgimento autentico. Forse c’era un’influenza astrologica: Nettuno era presente nel cielo in quel periodo, simbolo di metamorfosi. Non era il solo, certo, ma la sua energia era forte. C’erano i nettuniani, e Battiato era uno di loro. Aveva una configurazione importante, con il Sole opposto a Nettuno. Io ho la stessa opposizione, ma disposta diversamente. È una configurazione che porta al cambiamento continuo, a una visione che può essere difficile da sostenere: ti trovi dentro il flusso perennemente mutante e devi cogliere i punti di creazione e di morte».

In questo contesto, Terra Di Benedetto e Mino Di Martino danno vita al progetto che prende il nome del locale, tra Kosmische Musik, psichedelia, dream pop ante litteram, sperimentazione e un forte messaggio antinucleare, all’epoca molto sentito. L’album dell’Albergo Intergalattico Spaziale, registrato nel 1976, avrebbe dovuto essere pubblicato dalla EMI ma, dopo varie traversie, è uscito nel 1978 autoprodotto. Nel frattempo i due non stanno con le mani in mano, ma contribuiscono a una delle esperienze più interessanti nell’ambito sperimentale italiano: il Telaio Magnetico, con Franco Battiato, Vincenzo Zitello, Roberto Mazza, Juri Camisasca e Lino “Capra” Vaccina. Di questa esperienza rimane solo, purtroppo, un album dal vivo, Live 75.

Dopo avere fatto percorsi separati, Di Martino e Di Benedetto sono tornati a dar vita all’Albergo con album come Angeli di solitudine (2009), che include collaborazioni con Franco Battiato e Giusto Pio, Alchimia del Verbo (2004), e Cammino sotto il mare (2011).

Inaspettatamente, è uscito in questo inizio di 2025 Navicomete, il nuovo doppio LP (la cui edizione limitata in 300 copie da collezione è curata da Psych-Out Records) firmato Terra di Benedetto/Albergo Intergalattico, con un largo ensemble di ospiti e la supervisione musicale di Mino Di Martino. Definito dall’autrice «una suite di poesia sonora in quattro parti e dieci movimenti», l’album è il frutto di oltre cinque anni di gestazione e registrazione.

Navicomete è un’uscita tanto inaspettata quanto gradita. Nell’epoca che stiamo vivendo musiche come le vostre sono un bel balsamo per l’anima. Cosa ti ha spinto a questo ritorno?
Tutto è iniziato con una visione che ha scatenato una ricerca. Una ricerca, inizialmente, più teatrale che musicale. Discutevamo con Mino su quanto la morte fosse tabù nella nostra cultura, concentrata solo sulla giovinezza. Questo ci ha spinti a una ricerca profonda, sia storiografica che antropologica, su vari popoli. Il bardo tibetano è stato il mio punto di riferimento durante tutto questo percorso. Comprenderlo non è semplice, richiede esperienza, richiede di comprendere la vita stessa. In fondo, questo album è un sogno che si trasforma in un viaggio post mortem. Un percorso che porta a isole immaginarie, dove tutto è sospeso in un’armonia archetipica. In queste isole, la metamorfosi si arresta e rimane solo l’essenza.

Le quattro suite sono un percorso tra dimensioni oniriche e mistiche, tra musica, poesia e canto. Con testi in inglese, italiano, latino, albanese e portoghese. Tanti elementi in un’opera dal respiro quasi astrale, a ricordare il mitico Zeit. Il tutto è reso in maniera molto fluida e comunicativa, grazie a diversi spunti melodici. Come ci siete riusciti?
Ho sviluppato delle tracce utilizzando il mio DX21 e il pianoforte, creando quelle che definisco canzoncine dell’anima. Ovvero melodie interiori ancestrali e archetipiche. Però anche orecchiabili, semplici e genuine su cui ho lavorato intensamente e che poi hanno trovato posto nel flusso sonoro organizzato da Mino, con il coinvolgimento degli ospiti. Alla fine io vedo tutto come una grande regia. Vengo dal teatro, e per me ogni musicista è come un attore sul palco: ognuno ha le sue battute e quelle battute devono essere rispettate. Tutto deve rientrare nell’armonia del disegno complessivo.